Arrivederci, Kobe.

Il rischio, dopo una tragedia del genere- è quello di risultare artificiosi nella banalità del ricordo.

Ma si sa, i rischi sono fatti per essere corsi.

E si sa anche che il valore di un gigante del genere- in tutti i sensi- non può essere esaurito.

La cosa che mi ha sempre colpito di quest’uomo è stata l’assoluta dicotomia tra la ferocia agonistica- egli  rappresentava la cosiddetta macchina da guerra in termini fisici, precisione luciferina e concentrazione assoluta- e l’assoluta affabilità – invece- dell’uomo.

Diciamo la verità.

Kobe Bryant, agonisticamente parlando aveva un ego smisurato, era assolutamente consapevole del proprio talento,  spocchioso, totalmente individualista in uno sport – comunque- di squadra.

Era arrogante Kobe e giocava per la sua inarrestabile, inesauribile gloria.

Solo ed esclusivamente per se stesso.

Un’autocelebrazione di dimensioni bibliche.

E va benissimo così perché lui- probabilmente più di altri professionisti talentuosi- aveva praticamente consacrato la sua vita alla pallacanestro.

È chiaro che gli sportivi di questo livello siano disposti a routine fisiche estenuanti ma Bryant in questo è stato assolutamente superiore.

Parliamo di allenamenti che iniziavano alle quattro del mattino e duravano molte ore.

Parliamo di tiri dal gomito del campo per sessanta minuti di fila, sempre lo stesso movimento, senza nemmeno muovere i piedi.

Parliamo di sedute notturne di bicicletta – come carico di surplus all’allenamento canonico-  con la guardia del corpo e uno dei suoi compagni di squadra..

Stiamo parlando- altresì- di sessioni solitarie senza la palla provando blocchi, tagli, allontanamenti.

Insomma tutto ciò che fosse umanamente possibile per ricalcare le gesta di una leggenda, quel Michael Jordan ritenuto unanimamente il più forte giocatore di tutti i tempi ( sebbene i paragoni siano sempre un campo minato il basket è uno di quegli sport in cui il podio spetta a “ His airness” ).

Da Jordan – Bryant-  muta il gesto tecnico, lo stile, quella caparbietà e l’adattamento del proprio corpo all’inesorabilità del fattore tempo.

Era uno che dominava in campo.

C’è poco da dibattere.

Bryant è stato  quello che – nel 2003-  passò alla storia per le sue schiacciate spettacolari, roba che gli altri potevano permettersi solo nel contesto della All of Fame Game – partita simbolica tra i migliori giocatori dell’NBA- lui le faceva normalmente in partita.

Centri  con avvitamento facendo passare la palla dietro la schiena, siluri a destinazione passando sotto il canestro, tutto questo fluttuando in aria.

Lui è stato quello che – in una memorabile partita contro i Toronto Raptors – effettuò 81 punti.

81 signori.

Riuscite ad immaginare qualcosa di più fottutamente incisivo?

Non sono bruscolini.

E’ fatica, sudore, lacrime e sangue.

E’ voler azzannare alla gola l’avversario.

A te non costa nulla. Per noi è una fonte di soddisfazione enorme.

Il numero 8 prima e poi 24 dei Lakers ha vinto tutto ciò che si poteva vincere.

Cinque titoli NBA, due premi di MVP delle Finali e una sequenza di magie impresse a fuoco – la medesima brace che sputavano i suoi occhi quando guardava in faccia l’avversario-  nella memoria di tutti gli appassionati.

Fiero promulgatore di quella “ Mamba Mentality” – Mamba fu il soprannome che si diede da solo – a controprova di una consapevolezza estrema –  in seguito alla visione del film di Tarantino e in seguito a un rispecchiamento di sé nell’attitudine del serpente dei  5passi;  in cui il mix tra passione, ossessione per i dettagli , competitività , resilienza e l’imperativo categorico del non aver paura di sbagliare sono da lui individuati come gli ingredienti ineluttabili del successo.

Roba che ci hanno costruito sopra manuali di marketing .

O, molto più semplicemente una spinta motivazionale formidabile.

Paradigma di quella lucidità di pensiero che lo ha portato nel Gotha degli indimenticabili.

Lo stesso acume declinato attraverso un preciso calcolo razionale della furia agonistica a cui faceva però da contraltare un animo disponibile, scherzoso, generoso dell’essere umano, dell’uomo che andò a trovare in ospedale un bambino malato terminale di cancro  in occasione di una sua gara importante, offrendosi di giocare con lui e di pagargli eventuali spese mediche, qualora fosse stato un problema di denaro.

L’uomo che insieme alla moglie – e qui brutalmente il mio pensiero rifiuta di immaginare il dolore di una donna che perde il suo uomo e di una madre che perde un figlio, perché insieme all’atleta ci lasciano sua figlia tredicenne , promessa del basket e altre tre persone – aveva progettato una fondazione sportiva di beneficenza  ( Mamba Sport Foundation) , il padre amorevole di quattro figli, il buontempone sempre pronto a scherzare dallo sguardo intenso e dolce ( fuori dal campo), il leader che alle interviste aveva la battuta pronta, in un italiano perfetto, lascito degli anni trascorsi in Italia tra Reggio Emilia e Reggio Calabria – poiché anche il padre era un giocatore di pallacanestro- paese che lo iniziò al medesimo sport.

L’artista che con una sua lettera al basket- apologetica summa del suo amore viscerale per questo sport- vinse un Oscar e in un tripudio di emozione – dichiarando che la molla per questa passione fu semplicemente il rintocco onomatopeico della palla – disse a sua moglie : “ti amerò per sempre”.

Tutto questo, e molto altro – che sarebbe impossibile esaurire in poche righe- era Kobe Bryant.

Per una tragica beffa del destino, perde la vita proprio nel suo elemento naturale, l’aria.

E mi piace pensare che ritorni al mittente proprio attraverso l’aria.

Gli altri ti immaginano in Paradiso  a insegnare agli angeli come fare centro.

Io no.

Sei e sarai sempre il Black Mamba.

Io ti vedo sfidare Dio, facendogli l’ennesimo canestro con quell’aria da figlio di puttana.

Valentina

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