Capitolo horror: la pizza di classe

Capitolo horror: la pizza di classe

Se proviamo ad individuare, classificandole, tutte le paure che attanagliano il genere umano, la lista che ne deriva fa impallidire la lunghezza della carta da culo Scottex. Nella considerazione scontata che ognuno abbia una top list di situazioni tali per cui cagarsi addosso è l’unico sentimento consequenziale che ne deriva, è con la stessa ostentata sicurezza di Michael Jackson sulle note di “beat it” che sono pronta a sbattervi in faccia la fonte unanime di fenomeni diarroici e sudori incontrollati: l’invito ad una pizza di classe-tot anni dopo.

Non esiste altra occasione più orientata verso un mix congeniale di paturnie, con la signora ansia da prestazione come portata principale, che manco Bolt quando inizia a sfilarsi le mutande cercando di chiudere in cantina le sue abilità da corridore in circostanze che renderebbero deplorevole la sua velocità osannata. Che siano passati 10, 15 o 20 anni, se si è talmente rincoglioniti e masochisti da accettare, il format è sempre quello. Inalterato e inevitabile.

  • Che cazzo mi metto?
    Una prerogativa che, fatemelo dire e non provate a nasconderlo, non è più appannaggio delle sole femmine. Se le colleghe del gentil sesso cercano di indossare un capo che rispetti, tra gli svariati canoni, quello che metta in mostra un’impalcatura esule dallo scorrere ingrato del tempo, i maschi cercano di fare lo stesso con un look che li faccia sembrare esemplari a metà tra un Costantino Vitagliano e un Costantino della Ghergardesca. Piacenti ma intellettuali. Se poi il risultato finale è quello di una profumiera ambulante e un livello culturale rimasto alle strategie del Fantacalcio, noi comunque apprezziamo lo sforzo.

    Ma è nella mente psicolabile delle fanciulle che si scatena una guerra che la Guernica di Picasso acquisisce subitaneamente connotati più rassicuranti di un valium. L’esigenza impellente si traduce nel desiderio di soddisfare tremila requisiti tanto stridenti quanto “voglio una sesta di seno ma se peso 41 invece di 40 kg pare brutto”. Quindi si vorrebbe optare per qualcosa che faccia sentire fighe, sulla scia di un riscatto personale in tempi scolastici in cui la definizione di roito era una carezza rassicurante sul baffetto fiorente, ma non baldracche. Una mini che appena sotto il culo fa classe, 1 cm più corta fa donnaccia che regala solide realtà vestite da fellatio.

A te non costa nulla. Per noi è una fonte di soddisfazione enorme.

  • Che cazzo racconto?
    Il bivio è quello. Non ne esistono altri. Sei lì, a sguazzare nell’indecisione più torbida: sposo la sincerità o sfoggio la fervida immaginazione che guidava anche i miei compiti in classe? Tradotto in: dico a tutti quanto la mia vita assomigli a quella di uno scarabeo stercorario oppure m’invento fantasmagoriche minchiate e i rispettivi voli pindarici delle stesse? Nel primo caso, cacchiarola, la performance di Mel Gibson in Brave heart diventa un’interpretazione da recita scolastica. Ci vogliono un paio di palle d’acciaio inox a narrare, davanti ad un corteo di cristiani che non vedi dalle calende greche, che sei un precario, la tua famiglia è composta da un esercito di action figures, e che il pensiero più eccitante che ti affligge è aspettare la terza stagione di Stranger Things.

    Nel secondo, invece, se hai uno stile di racconto che è un ibrido tra Moccia, J.K.Rowling, Stephen King e Jane Austen allora puoi crogiolarti nel successo assicurato in maniera preventiva. La sintesi è orientativamente questa: i fasti di una storia d’amore smielata, a seguire la fortuna nell’aver trovato “magicamente” un posto di lavoro gratificante, la parentesi “horror”scaturita dall’incontro con la di lui/lei madre, la liberazione con un nuovo partner ricco, bonazzo e misterioso che ti porta a scorrazzare sui prati inglesi quando sei incazzata per colpa delle mestruazioni. Realistico.

  • Come cazzo reagisco all’altrui fortuna?
    Te lo dovevi aspettare, anche nel gruppo più sfigato, l’esemplare che brilla come i pavimenti di Mastro Lindo ci deve essere. E’ una mera questione di equilibrio delle parti. E’ pleonastico illudersi, io te lo sto già dicendo. Quindi, recepita questa realtà ineluttabile, anche qui ti trovi ad avere a che fare con un binomio: fingere felice coinvolgimento, fingere di avere un appuntamento con il destino e uscire di scena con la chioma al vento. Se la chioma non ce l’hai, trovi altro da far svolazzare. Oltre alla dignità, intendo. Fatto è che qui non hai alcuna possibilità di far esprimere la voce sincera del tuo rosicamento, nonostante questo urli quanto Aldo Baglio nella scena topica di 3 uomini e una gamba.

    Morale d’epilogo? Rifiutare l’invito, per un fortuito impegno inderogabile con il nulla, è più edificante di una paresi facciale che rischia di farti assomigliare al pazzo di Psycho. Meglio fare proprio il motto della vecchia di Titanic “vive solo nei miei ricordi” che interfacciarsi, nel migliore dei casi, con il figo della classe ora stempiato e incinto del quinto mese. Vi pare?

    Alessia

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