Dario Morello: l’apologia della Vittoria

La storia che mi accingo a raccontarvi è una storia che – orgogliosamente- ho vissuto da vicino.

E’ una di quelle storie  in cui si butta sangue e si stringono i denti per qualcosa di più “alto”.

E’ una di quelle storie in cui il sacrificio imperla la fronte in un macabro gioco al massacro.

Quello  del superare se stessi costantemente.

Quello dove la volontà caratterizza una ineluttabile prerogativa nello sfidare i propri limiti.

Fisici e mentali.

Questa è la storia di Dario Morello, pugile professionista fiore all’occhiello del ranking internazionale, ambasciatore italiano della boxe,  pugile numero 15 al mondo nella categoria Welter.

Classe ’93 , piglio del vincente e gioia nel raccontarsi tramite gesta che sanno di conquista.

Premessa: la boxe è una parabola. E’ il riscatto del sacrificio.

Quando da ragazzina– ai tempi in cui, come si dice , “c’avevo il fisico”- mi accingevo ad esplorarne i meandri mi sono imbattuta nella palestra dei fratelli Morello, a Fuscaldo (CS).

Immediatamente fui conquistata da questo ambiente fatto di disciplina e passione.

Per la sottoscritta – che è una improbabile sintesi della regola esacerbata unita alla ricerca della libertà come espressione personale- quello mi sembrò uno di quegli incontri operati dal destino al quale ti inginocchi senza se e senza ma.

Soprattutto quando mi ritrovai ad allenarmi con un bimbetto tutto volontà e cuore che colpiva il sacco fino allo sfinimento e faceva sparring con un fuoco inspiegabile.

Da allora ne ha fatta di strada Dario. Eh sì. Quel sentiero impervio che attraversano tutti i grandi nel cammino della loro esistenza.

Quella grinta propria di chi prende a morsi tutto ciò che gli sta davanti attraverso regole ferree , costanza e fatica.

Quell’andare oltre che assume un significato epifanico.

Dischiude certezze attraverso il dubbio della ripetizione ossessiva del gesto.

Quella confortante attesa insita nel valicare la zona comfort – luogo sicuro in cui ci si adagia ma che spegne la possibilità di sfidarsi costantemente.

Dario – ancora giovanissimo – entra nel dilettantismo e vince tutto ciò che si deve vincere; viene congedato con una pacca sulla spalla e una di quelle sentenze che annichilirebbero chiunque, perché frasi tipo “ è il massimo che puoi raggiungere, hai finito” sono cose che ti bruciano dentro, soprattutto se ti allontanano dal tuo sogno.

Dario , che prima ancora di essere pugile è un appassionato di questo sport, va però avanti e continua ad allenarsi.

A te non costa nulla. Per noi è una fonte di soddisfazione enorme.

Un ragazzo intelligente con la battuta pronta e l’ironia scanzonata di  noi del Sud, quella forza esplosiva che ci contraddistingue.

Quella testardaggine  che ha la sua sublimazione nell’aprirsi a nuovi orizzonti in cui tecnica di allenamento – e in questo un plauso va a suo padre, Ercole Morello, suo primo allenatore e fan ( fu anche il mio allenatore e – se adesso riesco a combattere un mostro come la sclerosi multipla – è anche grazie a quegli insegnamenti di cui ho fatto tesoro del “non mollare mai”) e agli attuali coach- si coniuga perfettamente con la grande forza interiore di chi guarda in faccia l’obiettivo attraverso la consapevolezza della fatica.

Dario , ambizioso e al contempo semplice persona così legata alla sua famiglia- emblematici sono i quadretti col padre che si evince lo adori- alla sua dolce fidanzata e ai suoi cugini, anch’essi pugili che ha sfornato la scuderia Morello.

Uno sportivo  che personalmente mi inorgoglisce in quanto corregionale e in quanto persona.

Un ottimo schermidore  che combatte costantemente col vero avversario dei pugili- il peso, lui strutturalmente più pesante dei 66 kg che deve raggiungere per gareggiare- e si spacca letteralmente a livello fisico per raggiungere una condizione ottimale.

Dario Morello è il paradigma della volontà, diventa inesorabilmente apologia di un percorso umano in cui gli ostacoli sono affrontati con turgore.

E’ la meraviglia del possibile, ovvero un professionista con 15 vittorie consecutive , due delle quali prima del tempo previsto.

E’ la visione immaginifica e al contempo reale della visione terapeutica della vittoria

E’ Spartan, soprannome datogli da un tifoso- professore di storia- che in una rimonta giovanile lo accostò alla gloria dei 300.

Dario che alcune volte abbassa la guardia ma che picchia forte non appena trova un buco in cui entrare.

Instancabile atleta che sta scrivendo il capolavoro della sua vita.

Tutto per alzare i guantoni al cielo, in quel gesto che ripaga da tutti i sacrifici, dalla fame, da allenamenti estenuanti che immagino per un ragazzo della sua età siano stati sintomatici di rinunce.

Dario che  con queste parole , ieri, “congeda” la sua sconfitta nella difesa del titolo GLOBAL WBO  contro il pugile inglese Luther Clay:

“Ho perso. Ieri battaglia EPICA. Capita, l’avversario è stato bravo e fortunato a beccarmi bene sul mento .Ho dato l’anima fino alla fine perché l’avversario era ed è alla portata ma combattere senza aver “digerito” il colpo ha reso tutto più difficile . Nessuna polemica, nessuna scusa solo un po’ di vacanza e voglia di tornare più forti di prima”.

Si sente il peso di una sconfitta che però  è voglia di rimettersi in gioco.

Grazie Dario, perché quando mi sento al tappeto, leggere queste parole trasforma una “défaillance” che sa di senso tragico della perdita in qualcosa che evolve nel concetto di conquista.

Quel rialzarsi sempre in piedi che ha il retrogusto assoluto della vittoria

Perché è nel realismo della sofferenza, che si costituisce il miracolo del sogno.

Valentina

Qui, tutti gli articoli dell’autrice

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