I venti minuti più proficui del cinema: Codice d’onore

In una pellicola della durata di due ore e più circa, lui appare in tutto venti minuti.

Oltretutto pagati a peso d’oro se si pensa che la Castle Rock Enterteinment – nel 1992- sborsò la modica cifra di cinque milioni di dollari per il suo ingaggio.

Ma signori, quando si dice che il gioco vale la candela, pensare a Jack Nicholson nei panni dell’autoritario, cinico e granitico colonnello Jessep , potrebbe essere il paragone calzante.

Perché innanzitutto al botteghino – a fronte dei 35 milioni di dollari spesi- ne incassò ben 235 alla sua uscita, poi perché  la sua interpretazione è stata qualcosa di memorabile.

Il talento di questo mostro sacro vivente – che con altri mostri sacri  differisce però per un piccolissimo particolare, e cioè quello di non aver mai sbagliato una pellicola e fatto flop al botteghino svendendosi alla mera logica del “guadagno”- in questa drammone d’ampio respiro orchestrato magistralmente da Rob Reiner – regista di pellicole come “Misery non deve morire” e  “Stand by me” – è un aspetto che pervade inesorabilmente tutto il film ; sebbene il parterre d’attori protagonisti- una Demi Moore deliziosa  e un Tom Cruise assolutamente “ficcante”, insieme ad un primissimo Cuba Gooding Junior e un Kiefer Sutherland e Kevin Bacon  giovanissimi – sia di tutto rispetto.

Ma – come si dice- non ce n’è per nessuno.

Proprio un cazzo di niente per nessuno, aggiungo io.

Se li mangia a colazione.

Perché, questo affascinantissimo, istrionico, magnetico attualmente poco più che ottantenne dalle sopracciglia arcuate piazzate appena sotto la fronte sterminata , dallo sguardo assolutamente ipnotico e dal ghigno malefico come marchio di fabbrica, ha recitato la parte del “villain” in maniera assolutamente non perfettibile.

Tutto in lui , durante i centellinati dialoghi in cui funge quasi da vettore di monologhi spietati – in questo lasso di tempo filmico – è superbo.

Gli sguardi, le pause, i tempi di recitazione, gli accennati sorrisi in cui viene celata la rabbia, la dizione assolutamente diretta e luciferina, nonché il vertice performativo della scena finale in cui ci regala attimi di contrito disturbo per la malvagità del personaggio contrapposto a una sana – contemporanea- ammirazione per il modo in cui lo “abita”, sono la manifestazione assoluta del genio.

Davvero signori, riascolterei  altre mille volte le scene in cui il rabbioso, monolitico colonnello dei marines Nathan R. Jessep , si rivolge al comandante JoAnne Galloway alias Demi Moore con queste testuali parole : “Io faccio colazione a trecento metri da quattromila cubani addestrati ad uccidermi, quindi non creda di poter venire qui a a sventolare un distintivo nella speranza di farmi innervosire, comandante”.

Il modo in cui proferisce queste parole è mirabile, sommo , oserei  dire eccellente.

Il metodo Stanislavskij – al confronto- è un gargantuesco eufemismo.

C’è una circolarità virtuosistica in cui espressione, interpretazione  e prossemica anche non manifesta, spiazzano il pubblico che – non si aspetta minimamente – il dialogo finale afferente all’interrogatorio in aula retto comunque da un eccellente Cruise – che ci regala la soddisfazione di abbattere una divinità anche in termini interni di ruolo – in cui Nicholson  supera se stesso e oltrepassa il sublime.

Davvero.

La scena  finale è quello cui ogni regista ambisce.

Quello che ogni attore anela.

Monumentale.

Una fortuna cui noi , adolescenti negli anni novanta, siamo stati ammessi ad accedere.

Mi riferisco a questo indimenticabile passo, e cioè:

Tu non puoi reggere la verità. Figliolo, viviamo in un mondo pieno di muri e quei muri devono essere sorvegliati da uomini col fucile. Chi lo fa questo lavoro, tu? O forse lei, tenente Weinberg? Io ho responsabilità più grandi di quello che voi possiate mai intuire. Voi piangete per Santiago e maledite i Marines. Potete permettervi questo lusso. Vi permettete il lusso di non sapere quello che so io. Che la morte di Santiago nella sua tragicità probabilmente ha salvato delle vite, e la mia stessa esistenza, sebbene grottesca e incomprensibile ai vostri occhi, salva delle vite! Voi non volete la verità perché è nei vostri desideri più profondi che in società non si nominano, voi mi volete su quel muro, io vi servo in cima a quel muro. Noi usiamo parole come onore, codice, fedeltà. Usiamo queste parole come spina dorsale di una vita spesa per difendere qualcosa. Per voi non sono altro che una barzelletta. Io non ho nè il tempo nè la voglia di venire qui a spiegare me stesso a un uomo che passa la sua vita a dormire sotto la coperta di quella libertà che io gli fornisco e poi contesta il modo in cui gliela fornisco. Preferirei che mi dicesse la ringrazio e se ne andasse per la sua strada. Altrimenti gli suggerirei di prendere un fucile e di mettersi di sentinella. In un modo o nell’altro io me ne sbatto altamente di quelli che lei ritiene siano i suoi diritti.

Codice d’onore è tutto racchiuso nella dura presa di posizione di Jack Nicholson che vomita – con memorabile  classe e indomita sicurezza – queste parole.

Un film in cui si racconta la morte di un marine , William T. Santiago, ucciso da due commilitoni nella base di Guantanamo a Cuba, i quali però – a loro volta- si difendono asserendo di aver ricevuto un Codice Rosso – procedura ufficiosa non propriamente ortodossa tuttavia usuale in questo corpo utilizzata per punire l’indole debole del soldato.

Un film che è riassunto praticamente in queste poche righe.

Qui si sottolineano le falle dell’impianto militare della marina americana, intoccabile vessillo da sbandierare come feticcio simbolo di quell’America a stelle e strisce paese assoluto dei diritti sulla carta ma in realtà roccaforte delle ombre relative alla gestione di tali decantati diritti.

Qui c’è la maestria di un regista e di un cast assolutamente stellare.

Qui c’è il compendio di un talento permeato di un onore surreale.

Qui Nicholson- nella vita convinto pacifista- farebbe davvero cagare sotto un intero plotone di marines massicci e incazzati.

Grazie Jack , per averci regalato, il Fade Away della recitazione.

Valentina

VERITA’ PUTTANA.

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