Tronisti e follower: un buco nero senza uscita

I fan si sa, sono sempre esistiti.

Sono la controparte pratica e tangibile del talento.

Hanno praticato il culto delle grandi star di ogni epoca celebrandone l’esistenza a 360°gradi.

Fino agli anni 50 – con Hollywood – hanno paragonato i divi agli Dei dell’Olimpo.

Negli anni 60 hanno avuto la loro apicalità attraverso il fenomeno delle “groupies”, delle avvenenti ragazze che accompagnavano i gruppi nei tour assecondandone lo stile di vita in toto e che Frank Zappa indicò come qualcosa di imprescindibile dalle rockstar. (“se non hai groupies intorno vuol dire che non stai facendo sul serio!” diceva)

Gli adolescenti degli anni 90 ne hanno costituito la parte che tappezza le camerette di poster del personaggio, cantante, sportivo preferito e che andava a tutti i concerti del gruppo venerato – a tal proposito, ricordate le adolescenti che svenivano durante i concerti dei Guns’- e che sognavano ad occhi aperti di incontrare un giorno il loro idolo.

La speranza animava i fan come una sorta di Sacro Grahal dell’attesa ripagata, il sogno di raggiungere un obiettivo: conoscere come anelito finale l’oggetto di cotanto desiderio.

La fenomenologia del fan ci richiama inesorabilmente a qualcosa di assimilabile- più che a un mero capriccio- a una vera e propria filosofia.

Chi non è stato fan di qualcuno?

Chi non ha sognato lo star-system?

Ve lo dico io: nessuno.

In un rito collettivo assolutamente condiviso, il divismo ha sempre equipaggiato i nostri sogni di un parterre di idoli al quale attingere proiettando noi stessi.

Una sorta di propulsore per un modello di vita migliore, un anelito verso il “di più”, mitigato e al tempo stesso enfatizzato dalla dimensione onirica dell’irraggiungibilità.

Attori, musicisti, calciatori, politici carismatici hanno infiammato la nostra immaginazione, l’hanno nutrita fino a farla scoppiare e poi, l’hanno abbandonata satolla in cerca di un seguito ramingo.

Stiamo parlando del Gotha in termini di talento.

Gente che aveva qualcosa da dire e lo diceva eccellentemente in qualsiasi campo si cimentava anche senza la parola.

Ma le cose cambiano.

A te non costa nulla. Per noi è una fonte di soddisfazione enorme.

Nell’era di Internet – che moltissimo ha dato in tutti i campi- i miti sono totalmente cambiati e in gran parte sono diventati l’altare a cui inchinarsi dei social.

Tra questi – sebbene portati alla ribalta dalla televisione- abbiamo una categoria che nei social sguazza e che dai social è nutrita in maniera ingorda e costante: i “tronisti”.

Pletore di ragazzotti e gentil donzelle di gran bell’aspetto che – per il solo fatto di aver raggiunto l’obiettivo di sedere sul trono o in televisione  e quindi corteggiati o corteggiatori di altri simili a loro interessati- e qui signori facciamo una sorta di riflessione rispetto alle ambizioni passate- pensano di essere – diciamolo- questo grandissimo cazzo.

Ma fin qui, più che demenza mi sembra alta considerazione di sé.

Quantomeno contare sulla bellezza e basta ha una logica – e se siamo onesti, benché personalmente un tronista stimoli la mia personale libido come i calzini di spugna sotto un mocassino testa di moro, essere gradevoli è oggettivamente un valore aggiunto.

Cinicamente sono dei geni, sfruttano al massimo il loro potenziale traendone profitti assolutamente esorbitanti rispetto al loro valore come essere umani in toto.

E ciò esula dal moralismo becero, perché per quanto mi riguarda, la sottoscritta sdoganerebbe maggiormente un porno in versione “orgia sadomaso” che questa banale fiera dell’ovvietà di bellocci ignoranti come zappe che pensano di essere Dio, perché la banalità travestita da superomismo è la vera pornografia.

Ciò che però mi ha lasciato attonita come una scolaretta ai primi passi nell’universo, ciò che mi ha reso stupita, ciò che ha completamente provocato abrasioni di deretano nella sottoscritta, è stato venire a conoscenza di una tipologia di follower-  seguaci dei suddetti figli “mediatici” delle dating, che comunque sono un effetto plausibile- convergenti tutti nella versione upgrade di un semplice ammiratore, dei veri e propri adoratori organizzati come soldati.

Giuro, io uso i social e mi piacciono.

Mi piace scrivere e comunico. Uso meno Instagram perché è maggiormente affidato ad immagini e io sono fan della parola.

Ma questa fandom dell’idiozia proprio non la riesco a mandar giù, e tenete presente che io il giorno mando giù degli immunosoppressori che stroncherebbero un fabbro.

Cioè l’apoteosi della limitatezza mentale, culturale, sociale insieme, il cubo di Rubik di una qualsiasi ricerca del “senso”.  Miriadi di sgallettate- perché diciamolo il fenomeno è prevalentemente femminile- che sognano e si proiettano nella storia d’amore dei fighetti di turno che parlano come se fossero Mattarella il 31 dicembre a reti unificate. Non solo, arrivano a insultarsi e minacciarsi se qualcuno mette in discussione il loro idolo.

E via con litanie assolutamente non argomentative – il sempreverde ricorrere ad un’eventuale invidia altrui nei confronti di gente che praticamente non conosce nessuno è una costante- discorsi banali senza un minimo di spessore critico, stereotipi che mirano a essere trasgressivi ma in realtà sono la quintessenza del bigottismo e chi più ne ha più ne metta.

Sono le ombre dei loro prediletti, lo urlano a gran voce fieramente, ne difendono le gesta come interpreti unici del loro pensiero, se è il caso ne acquistano libri (io da adolescente leggevo Salinger) e perdono parte del loro tempo- signori, il tempo è una di quelle valute con valore maggiore del platino- profondendo energie per questi coglioni che le ignorano facendo finta di ringraziarle.

Non c’è molto da dire.

L’involuzione culturale è sotto gli occhi di tutti in tutti i campi.

Persino nell’effimero.

Siamo PASSATI DA Pamela Des Barres alle “Bimbe di Giulia De Lellis”.

Fate vobis.

Valentina

Qui, tutti gli articoli dell’autrice

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