Noi, quelli che...Fantaghirò

Noi, quelli che…Fantaghirò

Il Natale si presta- si sa – al polpettone cinematografico dispensatore di buoni sentimenti e consigli votati al
tripudio della gioia. Con le pance inesorabilmente satolle e i pesi specifici più vicini a quelli dell’acciaio, si è
più votati a crogiolarsi sul divano come balene spiaggiate barra suini poco prima del macello e sorbirsi il film
di ordinanza con annessa morale “spaccacoglioni” dal retrogusto smielato.
Il tutto vicino a ulteriori leccornie che fanno salire la bilancia al solo sguardo – perché è altrettanto noto- il
“naufragar ci è dolce in questo mare”. E noi – a volte – di quell’attitudine leopardiana ne facciamo un diktat
durante le vacanze natalizie.
Adesso, tenendo presente che il primato va al sempreverde “Una Poltrona per due”, pellicola che ha
provocato un collasso dei genitali al solo nominarla , ormai, persino al protagonista – al secolo Eddie
Murphy, lo “sperminator” di Hollywood insieme al compianto Anthony Queen – per la reiterazione della
visione negli anni; sul podio in questione – sebbene non si stia parlando di cinema d’autore – ma pur
sempre fenomeno di costume è, sale comunque Fantaghirò, la miniserie in 5 stagioni di genere Fantasy
ispirata alla fiaba di Italo Calvino “Fanta-Ghirò, persona bella” , rielaborazione a sua volta di una novella
montalese.
La regia è firmata da Lamberto Bava e la colonna sonora partorita da Amedeo Minghi, compositore che ha
creato un prodotto orecchiabile e di tutto rispetto – manco fosse Mozart- il quale rientra pienamente nel
database dei nostri ricordi musicali di teenager brufolosi e pieni di pippe mentali.
A tal proposito, chi non ricorda le immagini della pubblicità inerenti alla bella principessa guerriera – che
riesce a risultare figa anche con quel caschetto anti-sesso alla S.Antonio- o allo sguardo allampanato di un
giovanissimo – anch’egli figo- Kim Rossi Stuart nel periodo postumo a “Il Ragazzo dal Kimono d’Oro”, che
appena la vede ha un colpo di fulmine?
Ecco, il motivetto in questione – al secolo “Nemico Mio” – ci ha aperto le porte della speranza e ci aprirà
sempre uno scrigno di ricordi.
Oserei anche dire che la porta in questione è un portone, poiché – complice sempre l’improponibile
caschetto e l’armatura – ci ha convinte che il principe azzurro è una “conditio sine qua non” della volontà.
Ed è totalmente distinto dalla realtà.
Fantaghirò ci ha fatte sognare, ci ha fatte sperare morbosamente nel lieto fine – quantomeno quello della
prima stagione- o meglio in questa remota possibilità di trovare un cavaliere bello come il sole anche dotate
di capelli osceni e – per equazione traslata nello “spatio temporum” – abbigliamento che definire poco
sensuale è un complimento all’avverbio poco.
Perché noi – incentivate dalla morale ultima della storia- abbiamo pensato che portare acconciature di
merda e vestiti assolutamente “penerepellenti” non avrebbero per niente posto un’ipoteca a questo cazzo
di Happy Ending.
In questo però, bisognerebbe andare più a fondo e citare Hollywood inesorabilmente in giudizio per
aspettative pomposamente gonfiate e inesorabilmente disattese.
Perché signori e – soprattutto- signore, noi non siamo Alessandra Martinez e comunque se andiamo a fare
uno screen a ritroso all’interno del concetto di dura realtà, troviamo che anche la Bellucci è stata mollata ,
pertanto i sogni avremmo fatto meglio a relegarli durante le ore di visione, senza permettergli di tracimare
rovinosamente nelle nostre esistenze.
Diciamolo pure.
Ma- ritornando alla nostra bella favola- è doveroso dire che siamo nel 1991.
I miei dodici – quasi tredici- anni.
Il periodo dell’acne bastarda e degli amori non ricambiati e cangianti in 24 ore.
Piccola digressione.
Mi sono innamorata un po’ di tutti.
Di Ronn Moss, di Marco Van Basten, di Jim Morrison, di Luke Perry. E Nick Kamen?
Chi non lo ricorda in “Tell me” , lillipuziano, alle prese con una gigantesca e figa bionda?
Pezzo pessimo, ma io sarei riuscita a crearmi mondi paralleli anche se ci fosse stato l’equivalente del Pulcino
Pio. Il potere dell’immaginazione.
Ancora oggi oscillo tra l’amore per Patrick Dempsey- a tal proposito Shonda, non te lo perdonerò mai quello
che gli hai fatto- quello per Adam Levine e quello per Hugh Jackman.
Tipo adolescente senza ritegno.
Ma torniamo a noi.
Era esattamente il periodo dell’amica strafiga costantemente preferita alla tua persona come promemoria
vivente del fatto che il mantra “bisogna essere belli dentro” sia una puttanata colossale (ma “bisogna
scopare anche con le sinapsi” non lo è per niente, se voi vi intersecate con qualsiasi cosa non pensante,
problemi vostri).
Il periodo delle feste da ballo in cui nessuno – appunto – ti invita a ballare sempre per il motivo di cui sopra.
Il periodo del gioco della bottiglia.
Insomma quella fase in cui il senso della realtà è frustato pesantemente dalle briglie dell’onirismo più
assoluto.
Roba che i cosiddetti “castelli in aria” sono la quintessenza del pragmatismo.
Dicevo, correva l’anno 1991 – nello specifico il 22 dicembre- quando Fantaghirò Uno veniva trasmesso
rigorosamente su Canale Cinque in prima serata.
La storia è essenzialmente quella riconducibile a una principessa guerriera che – andando contro la visione
“maschilista” paterna- decide di ribellarsi all’iter già programmato per lei a corte – e cioè quello di essere
una donna morigerata e timorata in pieno stile età delle pietre- e combattere mostri, maghi, streghe e
quant’altro per proteggere il suo regno. Nel farlo imbatte in Romualdo – sovrano del regno limitrofo- e se ne
innamora perdutamente, lo sposa, ma solo dopo averlo sconfitto davanti a tutti.
Lo so, quando hai 13 anni queste cose ti galvanizzano, anche perché non c’era un modello alternativo di
emancipazione femminile noto.
Insomma un’eroina precorritrice dei tempi – cinematografici locali- dal buonismo mieloso e dalla
dispensazione di fiducia mal riposta al limite del fastidio, con il crossdressing come attitudine costante, il
nome veramente orribile e le gesta imbevute di azioni ed effetti speciali assolutamente all’avanguardia per
l’epoca.
E – appunto – l’amore eterno (quasi) nei confronti di Romualdo.

A te non costa nulla. Per noi è una fonte di soddisfazione enorme.

Un Kim Rossi Stuart agli esordi che oscilla tra l’essere bagnato – quando è presente- e l’essere vittima di
incantesimo- quando si è evidentemente rotto i coglioni di recitare all’interno della saga – e quindi
abbandona per il 90% le riprese.
Snervante anche questo. Fino a un certo punto. Fra un o’ vi svelerò perché.
Nota a margine.
Grandissima Brigitte Nielsen che nella seconda saga veste i panni della Strega Nera in maniera
assolutamente enfatica ai limiti del ridicolo, ma per me godibile davvero e parimenti un’Ursula Andress
strizzata in un corpetto esagerato in modalità “madre diabolica e apprensiva” a ricordarci quanto sia
insopportabile l’elemento suocera.
Altro must: la pietra che torna indietro, grande “Madeleine” del clima natalizio che respiravo all’epoca,
molto più enfatico di quello odierno.
Ma si sa, il Natale è la festa dei più piccoli.
Infine signori – davvero – il grande interrogativo del cult di Lamberto Bava è uno.
Una di quelle domande a cui non riesci dare risposta.
Un quesito che non mi ha fatto dormire per molto tempo.
E cioè: il motivo della prima friendzone cinematografica.
Ovvero quella di Fantaghirò nei confronti di Tarabas.
Cioè, tu hai di fronte sto pezzo incommensurabile di figo di 190cm dal fisico possente e dallo sguardo
penetrante – che vabbè non è Robert De Niro nella recitazione, ma pazienza- con i capelli versione selvaggia
che – nonostante si professi il Re del Male – appena ti vede diventa un’esponente di Amnesty International
e ti giura amore eterno e tu che fai?
Gli parli di amicizia.
Cioè Tarabas – al secolo Nicholas Rogers, modello australiano generatore naturale di estrogeni, e sfido
chiunque a non ricordarselo- è stato uno dei primi a creare i turbamenti ormonali tipici dell’adolescenza
femminile e lei che fa?
Non solo se lo lascia scappare, ma gli fa il pippone sui buoni sentimenti dell’amicizia.
No, hai toppato alla grande, cara principessa guerriera.
Avete toppato tutti.
Regista, sceneggiatori e attori.
La friendzone a Tarabas è come il formaggio sulle linguine agli scampi.
E’ pari alla pizza con l’ananas.
E’ la birra con la carne di cinghiale.
Diciamolo pure: una cosa che non sta né in cielo , né in terra.
Anche se lo fai per fedeltà al tuo grande amore Romualdo – sebbene anch’egli mooooolto figo- a uno come
Tarabas non lo metti a cuccia.
Assolutamente.
Primo perché non c’è nessuna motivazione che supporti tale tesi, se non lo stato di cecità probabile della
protagonista. Unito alla perdita quantomeno momentanea delle sue facoltà mentali.
Poi perché – alla fine- durante quella serie di merda che è la quinta- che non avrebbero dovuto fare oppure
avrebbero dovuto necessariamente prevedere la sesta- mandi tutto a puttane, dopo aver fatto tante storie,
cornificando Romualdo con Aries, uno di cui non ricordo nemmeno la faccia.
Terzo perché in quegli occhi mi ci sono persa per buona parte della mia giovinezza.
Ti ho internamente condannato per questo Fantaghirò, sebbene ti abbia sempre amato.
Sappilo.
Perché al principe azzurro, ho sempre preferito altro.
Ah – io sono stata una delle prime shippers televisive- per intenderci.
Team Tarabas forever. And Ever.
Valentina
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